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PLANTER’S PUNCH

PLANTER’S PUNCH

Abbiamo già fatto cenno, nel secondo articolo di questo blog, sul Daiquiri e di come, a partire dal 1620, l’instaurarsi delle potenze coloniali europee nei territori caraibici abbia progressivamente scalzato la Corona Spagnola da quelli che erano i propri possedimenti d’oltreoceano, per decreto papale del 1494. Questo processo riceverà un’ulteriore accelerata a partire dall’Ottocento, quando moltissime nazioni centro e sud americane conquistano la loro indipendenza dalla Spagna: Colombia e Messico nel 1810; Costa Rica, Honduras e Guatemala nel 1811; Ecuador nel 1821 e Bolivia nel 1822. I neonati stati però possiedono economie ed organizzazioni non pienamente autosufficienti, fattori che li rendono vulnerabili ai disegni imperialistici di Inghilterra e Francia.

L’instabile situazione creatasi in quegli anni spinge gli Stati Uniti d’America a rivedere alcune sue posizioni sulla politica estera. Se infatti la nuova costituzione degli Usa si faceva portavoce di diritti come l’uguaglianza e la libertà, avere nel proprio “backyard” (come erano considerati gli stati centro americani) le ingerenze di potenze europee faceva sentire meno al sicuro il Congresso Americano, l’organismo posto alla guida della federazione a partire dal 1787. L’imperialismo “a stelle e strisce” si trovava però ancora in fase embrionale e perso in discorsi etici sull’interventismo o l’astensione dall’appoggio militare ai territori minacciati. Ma dove non arrivarono i politici arrivarono gli imprenditori.

Nel 1871 Lorenzo Dow Baker, originario di Cape Cod, fa rotta con la propria nave dalla Giamaica a New York trasportando nella stiva un carico di strani frutti gialli affusolati che i giamaicani erano soliti utilizzare come mangime per l’allevamento dei maiali. Gli americani acquistano questo nuovo frutto a 2 dollari al grappolo, generando a Baker un profitto dell’800%. Ed è proprio su questo frutto tropicale, la banana, che l’imprenditore fonda il suo impero economico. Nel giro di pochi anni, insieme ad altri soci, fonda la United Fruits Company, una gigantesca corporation i cui tentacoli riusciranno ad inserirsi nell’intero mercato di banane e, più in generale, di frutta latinoamericana, arrivando nel XX secolo ad essere utilizzata dalla stessa Cia come strumento di controllo politico, favorendo economicamente i governi di dittatori in linea con le politiche imperialiste degli Stati Uniti e andando a sostenere (anche militarmente) quegli stati-fantoccio conosciuti col nome di “banana republic”.

Nella sola Giamaica la United Fruit Company arrivò a possedere 45000 acri di terreni agricoli e 30 magazzini gestiti da 10000 impiegati, i quali per la stragrande maggioranza vivevano a Port Antonio, letteralmente una città di proprietà della compagnia. Il centro abitato diventerà a partire dal 1899 una città a vocazione turistica quando Baker decide di utilizzare la sua Great White Fleet anche per il trasporto di passeggeri verso l’isola caraibica e di costruire l’Hotel Titchfield, un resort di lusso in stile New England da 400 stanze per fare sentire a casa i nuovi ospiti statunitensi. Nel bar della struttura nasce il Planter’s Punch moderno: se nel periodo coloniale con questo nome veniva indicato un drink a base di Madeira, Rum, tè verde e guava preparato in grandi quantità per essere consumato convivialmente, la nuova versione risponde di più allo stile del proprio tempo, come risposta al Petit Punch della Martinica (di cui parleremo nel prossimo articolo).

Ricetta, Suggerimenti, Twist on Classics:

  • 1 parte di Rum Jamaicano Scuro
  • 1 parte di succo di lime
  • 1 parte di sciroppo di zucchero

Tecnica di miscelazione: Swizzle / Ghiaccio tritato

Questa è la ricetta del drink che veniva eseguito al Hotel Titchfield, estrapolato da un articolo del Jamaica Gleaner del 1928. Fred Myers, proprietario dell’omonimo rum, rivisiterà la formula verso la metà degli anni ’50 rendendola più incline ai gusti dell’epoca e standardizzandola per farla giungere fino ai nostri giorni:

  • 2 oz di Rum Jamaicano Scuro
  • 1 oz 1/2 di Te Nero
  • 1 oz Succo di Lime
  • 1/2 oz Zucchero Bianco

La versione di Myers ha un’ossatura perfetta che permette di giocare col drink, rendendolo praticamente immortale: al tè si può sostituire un estratto di frutta caraibica (es: ananas) per avere un prodotto finale dissetante, fresco e dolce allo stesso tempo; per un tocco di dolcezza in più possiamo aggiungere della granatina; la versione nella foto è come lo preparo io, senza tè con qualche goccia di angostura, per creare un bell’effetto cromatico e donare una spinta aromatica al drink.

Nel nostro corso di Miscelazione avanzata prendiamo in esame questo cocktail

Credit: Andrea Dolcini

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